Facebook |  Staff |  Contatti  |  Sostienici  |  Pubblicità su questo sito  |  Ultimo aggiornamento: Sab, 21/01/2017 - 16:20
sei qui: Home > Rubriche > Se dovessi ricoverarmi gradirei la hall del palazzo di vetro

Rubriche Basilicata

Tanto Per...

Se dovessi ricoverarmi gradirei la hall del palazzo di vetro

La rubrica di Luciano Petrullo

Se dovessi ricoverarmi gradirei la hall del palazzo di vetro

Accanto all’Ospedale San Carlo, le cui vicende di recente brillano per fatti che non vorremmo mai fossero accaduti, si erge un meraviglioso palazzo di vetro. E’ appariscente, e, data la location, si può pensare ad un maxi reparto all’avanguardia dove si esercita la chirurgia del futuro, con marchingegni stupefacenti e medici belli e bravissimi, geni che anziché camminare, scivolano, mentre sorridono già guariscono e il cui sguardo di fronte alle situazioni più gravi ostenta serena sicurezza. E poi infermieri muscolosi e infermiere iperattive in camici talmente bianchi da accecare. Invece non c’è il maxi reparto dei sogni, quello che attira malati finanche dal Texas, no. Ci sono gli uffici della direzione generale. L’entrata è sontuosa, ma tanto sontuosa da sembrare la hall di un grande albergo di Las Vegas; i pavimenti sono lucidi e c’è tanto spazio da poter organizzare una partita di calcetto a sette. A cosa serva un’entrata sì spaziosa, lucida e vuota, rimane un mistero. Forse solo per incutere rispetto. Il palazzo del megadirettore di Fantozzi doveva essere qualcosa del genere. Chi lo ha progettato deve aver prima chiesto per cosa serviva, e quando ha saputo che doveva essere la sede degli uffici della direzione generale non ha badato a sprechi. Niente di quel grigio che caratterizza la struttura ospedaliera vera e propria, la differenza deve colpire. La densità lavorativa del palazzo di vetro è molto scarsa, niente a che vedere con la densità abitativa di Portici, per intenderci. Chissà quante decine di metri sono stati costruiti per ogni unità che ci lavora. All’interno del palazzo non vola una mosca e dovesse capitare di scoreggiare l’eco potrebbe provocare una slavina sulla Sellata. Chissà forse così è il paradiso, dove non si soffre, dove c’è luce, aria, e ogni confort possibile. Accanto, invece, all’incontrario, si soffre. E quindi non ci sono vetrate, ma cemento, grigiore e plastica sul pavimento, una struttura enorme, grigia, triste, brutta, con le strade circostanti dissestate semai esistenti. Stavolta, però, il cazzotto nello stomaco te lo sferra la vista del palazzo bello, non di quello brutto. Chissà perché.

Mer, 08/10/2014 - 16:00
Stampa